Proprio mentre l’elaborazione della prospettiva di lavoro della Media Education da parte della scuola italiana è ancora in corso, l’avvento del digitale e l’evoluzione tecnologica dei media producono una vera e propria rivoluzione in tutto il sistema della comunicazione ridefinendone in profondità sia gli strumenti che soprattutto le modalità di consumo.
Il dato macro-culturale, a questo riguardo, sta racchiuso nei titoli di alcuni volumi che di recente hanno provato a farsene interpreti: quello cui si assiste è la fine dei mass media3, cioè la trasformazione profonda delle variabili che avevano caratterizzato nell’epoca del cinema e della televisione l’appropriazione dei significati e la costruzione dell’industria culturale.
Se si guarda dentro questo fenomeno con lo sguardo dell’educazione, si possono isolare almeno quattro aspetti che complicano l’ipotesi di intervento chiedendo una ridefinizione di acquisizioni su cui la Media Education riposava.
1. Il primo aspetto è quello della portabilità. Uno dei trend di sviluppo della tecnologia, oggi, è l’affrancamento dell’utente dalla necessità di usufruire di una postazione fissa per l’accesso alle informazioni. Il cellulare ha reso possibile ciò nei confronti del vecchio telefono fisso, il palmare in relazione al PC di casa o dell’ufficio; l’incontro tra i due dispositivi (nei cosiddetti smart-phone) sta proponendo soluzioni attraverso cui con il cellulare è possibile navigare in Internet, scattare fotografie, girare video e inviarli, vedere la televisione. Questa caratteristica ridefinisce fortemente le modalità di consumo di questi media invalidando accorgimenti educativi codificati dall’uso e dai libri. E’ il caso delle indicazioni di non lasciare che il minore consumi i media da solo, o di collocare la postazione Internet in un ambiente condiviso della casa. Come si capisce la portabilità rende inefficaci tali indicazioni: affrancandosi dal luogo fisico, l’accesso diviene attività che sfugge completamente al controllo diretto dell’adulto e che ricade del tutto sotto la responsabilità del ragazzo.
2. Questo rilievo ne implica un secondo, ovvero la personalizzazione. La si può intendere in due modi.
In un primo senso i media digitali sono “personali” perché appartengono alla sfera privata del soggetto. Perdere un cellulare senza aver condiviso la sua agenda con il computer di casa è drammatico, perché comporta lo smarrimento dei numeri telefonici del proprio intero network sociale. E poi un cellulare difficilmente si presta o si lascia usare ad altri, poiché il suo archivio di SMS inviati e ricevuti e di fotografie custodisce segreti, né più né meno che come i vecchi diari cartacei. E’ come se la tecnologia diventasse protesi tecnologica della nostra memoria, dei nostri vissuti: un pezzo del nostro mondo risiede in essa.
Ma i media digitali sono “personali” anche perché l’uso che se ne fa, ancorché finalizzato all’interazione e quindi a costruire e sostenere un tessuto di relazioni, è un uso peculiare del singolo individuo. Qualche studioso ha parlato al riguardo della formazione di una “bedroom culture”, di una cultura della camera da letto, alludendo al fatto che, soprattutto gli adolescenti, vivono questo carattere personale dell’uso della tecnologia come un sistema di pratiche giustamente sottratto al controllo dell’adulto che, a sua volta, trova assolutamente normale non violare i limiti del mondo privato del proprio figlio.
In tutti e due i sensi la tecnologia rischia di allontanare le generazioni, mentre potrebbe opportunamente avvicinarle offrendosi proprio come spazio di negoziazione culturale tra esse.
3. Nella loro camera i ragazzi hanno sul piano della scrivania un libro di scuola; davanti a loro un documento di Word in cui, a partire da quel che stanno leggendo, organizzano un testo; ma nello stesso tempo sono aperte sullo sfondo altre finestre: il client della posta elettronica, Messenger dove stanno chattando con un compagno di scuola, e-Mule da cui stanno scaricando musica; intanto il cellulare è
acceso sul tavolo e riceve e invia SMS; tutto mentre ascoltano musica in cuffia, dal loro i-pod. E’ una situazione di consumo molto diffusa e molto diversa da quelle tradizionali. In essa vengono gestiti molti livelli di comunicazione contemporaneamente e svolti molti compiti allo stesso tempo. Si tratta di uno stile cognitivo nuovo che ha fatto parlare delle nuove generazioni come di generazioni multitasking, cioè in grado di portare avanti molte attività nel medesimo tempo. E’ un’attitudine che le tecnologie digitali incoraggiano. E se è vero che questo implica l’acquisizione di nuove competenze (velocità di esecuzione, flessibilità cognitiva, adattabilità, propensione a gestire situazioni complesse), d’altra parte solleva dubbi circa la sua compossibilità rispetto all’esigenza di approfondimento del dato culturale o la influenza sulla compressione dei tempi di attenzione.
4. Un ultimo aspetto appare interessante considerare, anch’esso facile da osservare nelle situazioni naturali del consumo adolescenziale di media. I ragazzi con grande facilità, grazie ai tools multimediali del cellulare, divengono da ricettori produttori di media. Si tratta di una pratica rilanciata da siti come snep.it o come youtube; in essi trovano spazio gallerie di fotografie e filmati personali in cui ci si racconta in Rete, ci si offre alla valutazione degli altri visitatori, si costruiscono reti sociali attraverso le quali viene decretata la notorietà del singolo videomaker e valutato il suo lavoro. Educativamente è chiaro che questo comporta, come sempre, opportunità e rischi, come la cronaca ha di recente evidenziato attraverso ripetuti episodi di intersezione tra bullismo e uso del videofonino.
Il dato macro-culturale, a questo riguardo, sta racchiuso nei titoli di alcuni volumi che di recente hanno provato a farsene interpreti: quello cui si assiste è la fine dei mass media3, cioè la trasformazione profonda delle variabili che avevano caratterizzato nell’epoca del cinema e della televisione l’appropriazione dei significati e la costruzione dell’industria culturale.
Se si guarda dentro questo fenomeno con lo sguardo dell’educazione, si possono isolare almeno quattro aspetti che complicano l’ipotesi di intervento chiedendo una ridefinizione di acquisizioni su cui la Media Education riposava.
1. Il primo aspetto è quello della portabilità. Uno dei trend di sviluppo della tecnologia, oggi, è l’affrancamento dell’utente dalla necessità di usufruire di una postazione fissa per l’accesso alle informazioni. Il cellulare ha reso possibile ciò nei confronti del vecchio telefono fisso, il palmare in relazione al PC di casa o dell’ufficio; l’incontro tra i due dispositivi (nei cosiddetti smart-phone) sta proponendo soluzioni attraverso cui con il cellulare è possibile navigare in Internet, scattare fotografie, girare video e inviarli, vedere la televisione. Questa caratteristica ridefinisce fortemente le modalità di consumo di questi media invalidando accorgimenti educativi codificati dall’uso e dai libri. E’ il caso delle indicazioni di non lasciare che il minore consumi i media da solo, o di collocare la postazione Internet in un ambiente condiviso della casa. Come si capisce la portabilità rende inefficaci tali indicazioni: affrancandosi dal luogo fisico, l’accesso diviene attività che sfugge completamente al controllo diretto dell’adulto e che ricade del tutto sotto la responsabilità del ragazzo.
2. Questo rilievo ne implica un secondo, ovvero la personalizzazione. La si può intendere in due modi.
In un primo senso i media digitali sono “personali” perché appartengono alla sfera privata del soggetto. Perdere un cellulare senza aver condiviso la sua agenda con il computer di casa è drammatico, perché comporta lo smarrimento dei numeri telefonici del proprio intero network sociale. E poi un cellulare difficilmente si presta o si lascia usare ad altri, poiché il suo archivio di SMS inviati e ricevuti e di fotografie custodisce segreti, né più né meno che come i vecchi diari cartacei. E’ come se la tecnologia diventasse protesi tecnologica della nostra memoria, dei nostri vissuti: un pezzo del nostro mondo risiede in essa.
Ma i media digitali sono “personali” anche perché l’uso che se ne fa, ancorché finalizzato all’interazione e quindi a costruire e sostenere un tessuto di relazioni, è un uso peculiare del singolo individuo. Qualche studioso ha parlato al riguardo della formazione di una “bedroom culture”, di una cultura della camera da letto, alludendo al fatto che, soprattutto gli adolescenti, vivono questo carattere personale dell’uso della tecnologia come un sistema di pratiche giustamente sottratto al controllo dell’adulto che, a sua volta, trova assolutamente normale non violare i limiti del mondo privato del proprio figlio.
In tutti e due i sensi la tecnologia rischia di allontanare le generazioni, mentre potrebbe opportunamente avvicinarle offrendosi proprio come spazio di negoziazione culturale tra esse.
3. Nella loro camera i ragazzi hanno sul piano della scrivania un libro di scuola; davanti a loro un documento di Word in cui, a partire da quel che stanno leggendo, organizzano un testo; ma nello stesso tempo sono aperte sullo sfondo altre finestre: il client della posta elettronica, Messenger dove stanno chattando con un compagno di scuola, e-Mule da cui stanno scaricando musica; intanto il cellulare è
acceso sul tavolo e riceve e invia SMS; tutto mentre ascoltano musica in cuffia, dal loro i-pod. E’ una situazione di consumo molto diffusa e molto diversa da quelle tradizionali. In essa vengono gestiti molti livelli di comunicazione contemporaneamente e svolti molti compiti allo stesso tempo. Si tratta di uno stile cognitivo nuovo che ha fatto parlare delle nuove generazioni come di generazioni multitasking, cioè in grado di portare avanti molte attività nel medesimo tempo. E’ un’attitudine che le tecnologie digitali incoraggiano. E se è vero che questo implica l’acquisizione di nuove competenze (velocità di esecuzione, flessibilità cognitiva, adattabilità, propensione a gestire situazioni complesse), d’altra parte solleva dubbi circa la sua compossibilità rispetto all’esigenza di approfondimento del dato culturale o la influenza sulla compressione dei tempi di attenzione.
4. Un ultimo aspetto appare interessante considerare, anch’esso facile da osservare nelle situazioni naturali del consumo adolescenziale di media. I ragazzi con grande facilità, grazie ai tools multimediali del cellulare, divengono da ricettori produttori di media. Si tratta di una pratica rilanciata da siti come snep.it o come youtube; in essi trovano spazio gallerie di fotografie e filmati personali in cui ci si racconta in Rete, ci si offre alla valutazione degli altri visitatori, si costruiscono reti sociali attraverso le quali viene decretata la notorietà del singolo videomaker e valutato il suo lavoro. Educativamente è chiaro che questo comporta, come sempre, opportunità e rischi, come la cronaca ha di recente evidenziato attraverso ripetuti episodi di intersezione tra bullismo e uso del videofonino.
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