Il lavoro educativo e didattico sui media e con i media appartiene alla tradizione della Scuola Media unica, per ragioni sia storiche che didattiche. Gli anni della sua nascita (la legge istitutiva, come tutti sanno, è la n. 1859 del 31 dicembre 1962) sono, infatti, anni di profondi cambiamenti per la realtà del nostro Paese che vive la trasformazione da paese agricolo a paese industriale e proprio a seguito di questo assorbe importanti flussi migratori verso le realtà produttive dei distretti industriali.
La scuola, in questo tipo di contesto, si trasforma anch’essa: da scuola d’élite (quale in fondo era stata fino a quel momento, come la distinzione tra ginnasio e avviamento professionale evidenziava) diviene scuola di massa e questo proprio nel momento in cui il cinema, la radio, la televisione stanno contribuendo in maniera significativa a facilitare a loro volta un’analoga transizione verso una cultura di massa.
Si tratta, come si può capire, di una transizione che non necessariamente va intesa in termini negativi. Almeno ancora lungo tutti gli anni ’60, infatti, la creazione di una cultura di massa si deve intendere come l’estensione dell’accesso alla cultura ad ampi strati di popolazione che fino a quel momento non vi avevano potuto accedere. I media svolgono una funzione fondamentale nell’ambito di questo processo e la RAI di quegli anni si rende protagonista in tal senso esercitando una funzione chiaramente pedagogica, sia nel senso di un prolungamento dello spazio e dei compiti della scuola (come nei programmi del maestro Manzi, che tra il 1959 e il 1968 con Non è mai troppo tardi piega la televisione al compito dell’alfabetizzazione) che in quello di una democratizzazione della cultura: a questa seconda istanza rispondono tanto la radio che la televisione che portano il teatro fuori delle sale teatrali e favoriscono l’accesso alla grande letteratura attraverso quel genere tutto italiano che sono stati gli sceneggiati televisivi (si pensi ai teleromanzi di Anton Giulio Majano, da Delitto e Castigo del ’63, a La freccia nera del ’68).
La Scuola Media di quegli anni (e degli anni successivi) diviene terreno di sperimentazione delle stesse forme comunicative portando in primo piano la funzione pedagogica dei linguaggi non verbali a fianco di quello verbale già tradizionalmente oggetto della didattica di scuola. Questo si traduce nell’introduzione della cinelettura (sia attraverso la pratica del cineforum – come emerge ad esempio nei primi anni ’60 nella sperimentazione nazionale assistita dal Centro Studi Cinematografici – che mediante l’adozione di schede di analisi), nella realizzazione di cortometraggi, nella frequentazione dei linguaggi del corpo, dal teatro, all’animazione, all’espressione musicale.
Lungo gli anni ’70, la nascita delle televisioni private (a partire dal 1972) e l’avvento del colore (le trasmissioni ufficiali della Rai iniziano l’1 febbraio1977) trasformano la televisione in fenomeno di grande consumo iniziando a produrre cultura di massa anche in senso basso, quello che fa dire a Pasolini che «mai un “modello di vita” ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! (…) Appunto perché perfettamente pragmatica, la propaganda televisiva rappresenta il momento qualunquistico della nuova ideologia edonistica del consumo: e quindi è enormemente efficace»1. La scuola media, che già aveva consolidato la sua consuetudine con i linguaggi dell’immagine è pronta a raccogliere la sfida: l’attenzione si sposta decisamente sulla televisione e in particolare sull’informazione e la pubblicità, presto individuati come i due generi più capaci di incidere sulla formazione delle idee dei ragazzi e sulla loro appropriazione di modelli. Indicazioni che sono raccolte e sintetizzate – insieme con una rinnovata attenzione per lo specifico metodologico delle discipline e per la programmazione curricolare – nei nuovi programmi del 1979.Questi brevi cenni servono a comprendere come l’”importazione” della Media Education2 in Italia alla fine degli anni ’80 non costituisse una novità per la scuola italiana. Essa rappresentava piuttosto un’occasione per guidare un processo di consapevolizzazione da parte degli insegnanti: comprendere che lavorare con i media nella scuola risponde a ben precise strategie didattiche e scelte metodologiche, sapere che in questa linea lavorano altri educatori e insegnanti in contesto internazionale, ricondurre tutto questo a un campo di ricerca unitario, poteva garantire (e ha garantito) a quegli sforzi coordinamento, continuità, maggiore efficacia.
La scuola, in questo tipo di contesto, si trasforma anch’essa: da scuola d’élite (quale in fondo era stata fino a quel momento, come la distinzione tra ginnasio e avviamento professionale evidenziava) diviene scuola di massa e questo proprio nel momento in cui il cinema, la radio, la televisione stanno contribuendo in maniera significativa a facilitare a loro volta un’analoga transizione verso una cultura di massa.
Si tratta, come si può capire, di una transizione che non necessariamente va intesa in termini negativi. Almeno ancora lungo tutti gli anni ’60, infatti, la creazione di una cultura di massa si deve intendere come l’estensione dell’accesso alla cultura ad ampi strati di popolazione che fino a quel momento non vi avevano potuto accedere. I media svolgono una funzione fondamentale nell’ambito di questo processo e la RAI di quegli anni si rende protagonista in tal senso esercitando una funzione chiaramente pedagogica, sia nel senso di un prolungamento dello spazio e dei compiti della scuola (come nei programmi del maestro Manzi, che tra il 1959 e il 1968 con Non è mai troppo tardi piega la televisione al compito dell’alfabetizzazione) che in quello di una democratizzazione della cultura: a questa seconda istanza rispondono tanto la radio che la televisione che portano il teatro fuori delle sale teatrali e favoriscono l’accesso alla grande letteratura attraverso quel genere tutto italiano che sono stati gli sceneggiati televisivi (si pensi ai teleromanzi di Anton Giulio Majano, da Delitto e Castigo del ’63, a La freccia nera del ’68).
La Scuola Media di quegli anni (e degli anni successivi) diviene terreno di sperimentazione delle stesse forme comunicative portando in primo piano la funzione pedagogica dei linguaggi non verbali a fianco di quello verbale già tradizionalmente oggetto della didattica di scuola. Questo si traduce nell’introduzione della cinelettura (sia attraverso la pratica del cineforum – come emerge ad esempio nei primi anni ’60 nella sperimentazione nazionale assistita dal Centro Studi Cinematografici – che mediante l’adozione di schede di analisi), nella realizzazione di cortometraggi, nella frequentazione dei linguaggi del corpo, dal teatro, all’animazione, all’espressione musicale.
Lungo gli anni ’70, la nascita delle televisioni private (a partire dal 1972) e l’avvento del colore (le trasmissioni ufficiali della Rai iniziano l’1 febbraio1977) trasformano la televisione in fenomeno di grande consumo iniziando a produrre cultura di massa anche in senso basso, quello che fa dire a Pasolini che «mai un “modello di vita” ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! (…) Appunto perché perfettamente pragmatica, la propaganda televisiva rappresenta il momento qualunquistico della nuova ideologia edonistica del consumo: e quindi è enormemente efficace»1. La scuola media, che già aveva consolidato la sua consuetudine con i linguaggi dell’immagine è pronta a raccogliere la sfida: l’attenzione si sposta decisamente sulla televisione e in particolare sull’informazione e la pubblicità, presto individuati come i due generi più capaci di incidere sulla formazione delle idee dei ragazzi e sulla loro appropriazione di modelli. Indicazioni che sono raccolte e sintetizzate – insieme con una rinnovata attenzione per lo specifico metodologico delle discipline e per la programmazione curricolare – nei nuovi programmi del 1979.Questi brevi cenni servono a comprendere come l’”importazione” della Media Education2 in Italia alla fine degli anni ’80 non costituisse una novità per la scuola italiana. Essa rappresentava piuttosto un’occasione per guidare un processo di consapevolizzazione da parte degli insegnanti: comprendere che lavorare con i media nella scuola risponde a ben precise strategie didattiche e scelte metodologiche, sapere che in questa linea lavorano altri educatori e insegnanti in contesto internazionale, ricondurre tutto questo a un campo di ricerca unitario, poteva garantire (e ha garantito) a quegli sforzi coordinamento, continuità, maggiore efficacia.
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